Grande successo e soddisfazione sabato 30 novembre nella sede di Via Ginnastica 47, Sala Rovis, per il prestigioso Convegno di UNASCI, l’associazione che unisce e promuove tutte le società centenarie d’Italia. Al convegno, ospitato dalla Società Ginnastica Triestina grazie al lavoro di mediazione del presidente Massimo Varrecchia, gli interventi sono gravitati attorno al tema “Sport e famiglia: lo sport per i nonni o per i nipoti?”. Dopo l’introduzione da parte del Presidente UNASCI, Bruno Gozzelino, ha preso la parola Zeno Saracino, che in qualità di curatore del nuovo museo SGT ha compiuto nella sua relazione una panoramica sui 156 anni di storia della Ginnastica Triestina, dalle origini ai giorni nostri, passando per le turbolenze affrontate nei primi quarant’anni del secolo scorso e per la rinascita sportiva che ne è seguita, coronata da successi memorabili:

“Come l’acciaio si tempra quando sottoposto alle più incalcolabili temperature– ha esordito Saracino -, così la storia della Società Ginnastica Triestina (SGT) dimostra come le avversità rafforzino, trasformando il più banale materiale umano in materia di eroi. Dalle persecuzioni dell’impero austriaco, al rogo della Prima Guerra Mondiale, alle ingerenze fasciste degli anni Trenta, ai problemi economici del secondo dopoguerra, la SGT ha sempre dimostrato di saper rinascere dalle avversità: con nuove vittorie, nuovi sport e nuove concezioni di vita. La storia della SGT è indissolubilmente legata a quella di Trieste e dell’Italia: i valori professati nel 1863, all’atto della fondazione, continuano tutt’oggi: la difesa delle tradizioni cittadine; l’amore irredentista per la patria; l’amore per la libertà”.

Marco Marchei, Giornalista. Olimpico di maratona, padre di Valentina, due volte olimpica nel pattinaggio su ghiaccio, invece ha affrontato il tema “I genitori e il corretto approccio con lo sport del figlio”, compiendo un viaggio attraverso le generazioni e soffermandosi sulle differenze che intercorrono tra l’approccio allo sport degli adolescenti di oggi e i loro coetanei nati cinquanta o sessant’anni fa. Una distanza che mette in evidenza un coinvolgimento maggiore e talvolta eccessivo dei genitori nell’attività sportiva del figlio, più istituzionalizzata rispetto a un tempo e per questo volta a dare al ragazzo un contesto professionale e sicuro di crescita personale e non solo fisico-sportiva:

 

“In particolare, a tutti i livelli, si è data molta più attenzione all’attività giovanile, non più delegata a chi ha più tempo, ma a chi è più preparato. Quindi a diplomati ISEF, a laureati in scienze motorie o comunque a preparatori e tecnici ben ferrati, che di fatto sono andati a surrogare quella preparazione spontanea andata pian piano a sparire, in particolare da quando, in una fase storica di aggiornamento di usi e costumi della società italiana, genitori particolarmente protettivi hanno cominciato a controllare le attività quotidiane dei loro figli, impedendo loro, spesso in maniera del tutto inconscia, di dedicarsi a quella socializzazione spontanea che una volta portava i ragazzi a misurarsi, anche fisicamente, in salutari sfide tra loro attraverso semplici ma divertenti esercitazioni ludiche. (…) La scelta, d’altra parte, presuppone l’accettazione della realtà societaria esistente, auspicabilmente ben strutturata e in grado di dare assistenza piena ai giovani sportivi in un’età particolarmente delicata per la loro crescita psicofisica. Un settore giovanile affidato a istruttori e dirigenti improvvisati è infatti quanto di più pericoloso possa rivelarsi nel mondo dello sport. La scarsa conoscenza della didattica o della progressività nell’insegnamento della tecnica può portare all’apprendimento sbagliato, da parte degli allievi, di movimenti (o sequenze di movimenti) fondamentali, precludendo, di fatto, il loro accesso a futuri risultati di rilievo.  Per quanto infatti possano incidere il carisma di un allenatore, la competenza di un medico, la disponibilità del migliore dei dirigenti, sono i genitori i veri referenti delle gioie, delle delusioni, dei dubbi, delle emozioni, dei sogni dei loro figli. I veri anelli di congiunzione tra la loro vita di tutti i giorni, spesso troppo omologata, e la realtà sportiva in cui provano a far emergere le qualità migliori, temprando allo stesso tempo il fisico e il carattere.

(…) Perché la scelta fatta risulti poi funzionale, a papà e mamma si richiedono maturità, spirito di cooperazione e grande lungimiranza, oltre alla capacità di essere i primi tifosi dei figli trattenendosi dal… trascendere.”

 

È poi intervenuto il vicepresidente della Pro Senectute e docente all’Università della Terza Età di Trieste Furio Treu, che ha approfondito lo scenario attuale della pratica sportiva tra gli anziani e ha poi esposto una serie di proposte utili per mantenersi in forma e valide ad ogni età.

“Se in età giovanile e poi fino ai 50-60 anni ci è più facile, normale, logico mantenere mente e corpo in forma, vuoi perché il lavoro, qualunque esso sia ci induce a pensare e qualsiasi attività motoria, fare una rampa di scale per esempio, ci viene più agevole, è quando abbiamo passato la boa dei 60 anni e tagliato poi il traguardo della pensione che dobbiamo tenere a mente e applicare il detto latino.

Ormai dappertutto al mondo, dall’University of Western Australia di Melbourne, alla Sackler School of Medicine dell’Università di Tel Aviv, alla Calgary University di Alberta in Canada, e in Italia tra gli altri dalla “Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia” (SIOT) si studiano modi e terapie perché l’anziano mantenga quanto più a lungo possibile e al meglio la sua apertura mentale e la sua vigoria fisica”.

La chiusura è stata affidata alle parole di Elio De Anna, medico ed ex capitano azzurro di rugby, che ha affrontato, in un intervento strutturato in 10 punti, il ruolo sociale dello sport oggi e la sua ricaduta nell’ambito sociale per tutti i praticanti. Il medico ha poi approfondito la dimensione del doping nello sport, soffermandosi su quali sostanze siano ritenute dopanti in base ai regolamenti attuali e gli effetti negativi che hanno per il corpo

“Lo sport nella popolazione giovanile può efficacemente contrastare alcune criticità e devianze sociali quali la sindrome da sedentaruetà in generale e l’obesità in particolare, la scorretta cultura dell’alimentazione; arginare gli abusi come l’acool e il fumo di sigaretta, in allarmante espansione soprattutto nella popolazione giovanile femminile, le droghe (…).

I giovani formati nei valori dello sport saranno cittadini migliori del futuro.

La promozione dello sport non può essere limitata solo all’agonismo e all’alto livello, deve riguardare i cittadini tutti e di tutte le età. Solo così diventa un fenomeno sociale e giustifica un programma nazionale finalizzato alla diffusione capillare dell’attività motoria e sportiva.

Un aspetto salutistico inteso come fattore di prevenzione della malattia e della invalidità, miglioramento della qualità della vita e riduzione della spesa pubblica.

(…) I soli dati riferiti alle conseguenze delle malattie cardiovascolari e dismetaboliche ci ammoniscono sulle conseguenze in termini sociali (decessi, infortuni, patologie connesse, diminuzione della qualità della vita) e anche finanziari (costo ospedalizzazione, interruzione dell’attività lavorativa, consumo di farmaci, terapie e servizi sanitari).

Raffrontando i dati acquisiti nella popolazione tra chi non pratica una attività sportiva con chi invece pratic una disciplina, emerge che lo sport è il migliore viatico per impedire comportamenti devianti o non positivi e di conseguenza fa risparmiare significative risorse”.