Sabatino Mustacchi vive a Milano ma è nato a Trieste nel 1942, in uno dei momenti più bui della storia italiana. Suo papà, Marco Moise, era ebreo, fu catturato e deportato quando Sabatino era poco più che un neonato, lasciando lui e sua madre soli, in una Trieste sconvolta dalle bombe alleate. Dopo qualche lettera scritta su supporti di fortuna e recapitata alla famiglia in circostanze fortunose, del genitore non si ebbero più notizie. Un silenzio opprimente durato più di mezzo secolo. Poi una chiamata tanto improvvisa quanto inattesa nel 2002: “Sono Attilio Di Veroli, ho delle notizie su Suo padre”. Era un membro della comunità ebraica di Roma, aveva appena scoperto (per la verità, quasi inciampandoci sopra), la tomba di Marco Moise, sepolto in un ospedale militare a Monaco di Baviera. Da lì in poi un anno di indagini degne di un detective, in giro per l’Europa centrale sulle tracce di un padre che il destino non gli ha permesso di conoscere. L’accertamento che quello fosse effettivamente il padre e, grazie agli sforzi di Sabatino, la traslazione della salma fino a Trieste, dove tutt’ora Marco Moise, che tanto amò Trieste in vita, giace, nel cimitero della comunità ebraica. È stato questo il ritorno a casa del padre di Sabatino. Dall’anno scorso c’è una pietra d’inciampo con il suo nome in via del Trionfo 3.

Sabatino Mustacchi però non si è fermato qui: ha ricostruito, con una perizia degna di un divulgatore professionista, la vicenda del padre e appena può, in particolare in corrispondenza del Giorno della Memoria, la racconta alle nuove generazioni. Tecnicamente è un “testimone di seconda generazione”, ma l’affidabilità dei fatti da lui raccontati è confermata da anni e anni di studio e approfondimento. Nella sua narrazione, affascinante dal vivo, non si trovano giudizi storici né morali, ma solo la storia di un uomo, vissuto e morto in un periodo molto complesso. Queste ricerche hanno anche prodotto un libro, “Il ritorno a casa di Marco Moise”, che non inventa nulla ma è emozionante come un giallo. In questi giorni è tornato a Trieste e ha condiviso gentilmente il proprio tempo per un’intervista.

“La mia famiglia si insediò a Triste a fine Ottocento, quando mio nonno, originario di Corfù, si trasferì qui, città all’epoca ritenuta molto accogliente, anche in seguito al pogrom che ci fu nell’isola. Infatti, fino alla maggiore età (all’epoca 21 anni), io ebbi la cittadinanza greca. Mio padre era un falegname specializzato e mio nonno aveva una bottega”.

Oltre ad aver reso giustizia alla memoria del padre, ricostruendone il percorso durante e dopo la deportazione, il suo ruolo è molto importante anche per la trasmissione orale della memoria, che troppo spesso rischia di restare legata ai manuali di storia, senza far capire che gli eventi descritti coinvolsero uomini e donne, ognuno protagonista di una tragedia personale.

“Era doveroso, una volta ritrovato il luogo di sepoltura di mio padre, fare tutto il possibile per riportarlo a casa, tra cui anche questa ricerca all’indietro nel tempo. Attraverso l’indagine ho ricostruito la figura paterna che non riuscii a conoscere di persona. Ritengo importante anche raccontare la sua storia alle nuove generazioni, in particolare mi danno grande soddisfazione i ragazzi delle scuole medie, sono rimasto colpito dall’attenzione con cui mi ascoltano”.

Nella ricostruzione della vita di Marco Moise Mustacchi prima della deportazione si scoprono lati di grande umanità, come la vitalità di un giovane adulto da poco padre e che lavorava per costruire, per sé e per la moglie Santina (detta “Tina”) e il figlio, un futuro.

“Mio padre era giovane quando fu deportato, e ho trovato diverse sue foto ho visto in cui è in viaggio tra la Val Rosandra, Como e Verona. Si aggregava spesso, anche quando a organizzarli erano società sportive. Lui era appassionato di sport, in particolare di calcio: era grande tifoso della Triestina e che seguiva quando giocava in casa”.

E chissà che, tra i registri degli iscritti della Ginnastica Triestina di allora non figuri anche il nome di Marco Moise Mustacchi? Sabatino non l’ha escluso e il presidente Massimo Varrecchia, cogliendo l’occasione per invitarlo a visitare il rinnovato Museo societario, ha già detto che le ricerche partiranno a breve.

Lo storico Stefano Fattorini, in occasione della mostra proposta dal Museo ebraico nel 2011 “Evraikì. Una diaspora mediterranea da Corfù a Trieste”, ricostruì così la vicenda del padre di Sabatino:

“Marco Moise Mustacchi, detto Keto, nacque a Trieste il 28 luglio 1916 da Sabato (Sabo) e Tamara (Stametta), Nacson, ebrei corfioti emigrati ai primi del Novecento. Keto era un falegname esperto, ma le leggi razziste gli impedirono di aprire una propria attività. Con l’inizio della guerra italo-greca venne internato a Bagno a Ripoli, fino al settembre 1941. Ritornò a Trieste e il 31 ottobre 1942 ebbe un figlio, Sabatino, dall’amata Tina, Santina Raseni. Dopo l’occupazione nazista Keto cercò rifugio a Firenze, vivendo in clandestinità fino alla primavera 1944. Tornato a Trieste, visse nascosto con Tina e il figlio in Strada di Fiume, fino al 9 giugno 1944. Quel giorno, denunciato da un cugino della compagna, fu arrestato da collaborazionisti italiani e portato in un posto di polizia in via dell’Istria. La casa dove vivevano fu distrutta dal bombardamento del 10 giugno e Tina si salvò con Sabatino perché si era recata presso una caserma nazista a chiedere notizie di Keto, che poi fu trasferito al carcere del Coroneo.

I documenti originali esposti nel Museo ebraico sono i messaggi che Keto riuscì a far giungere ai suoi cari, malgrado le difficoltà, prima e durante la deportazione, iniziata sul convoglio che partì il 27 giugno 1944 per Auschwitz-Birkenau. In seguito egli fu trasportato a Sachsenhausen e poi al campo di Kaufering 11, vicino a Landsberg. Qui morì probabilmente subito dopo la Liberazione e fu sepolto con gli abiti e alcuni effetti personali. Il corpo fu riesumato nel 1957: nella bottiglia usata dai malati di tifo che portava legata ai pantaloni, fu trovato un ultimo biglietto, purtroppo illeggibile, che ora si trova negli archivi di Dachau. Ai famigliari non venne trasmessa alcuna informazione. Solo nel 2002 i suoi resti sono stati rinvenuti nel cimitero militare di Monaco di Baviera e nel 2003 sono stati portati dal figlio a Trieste”.